L'opera di Moruzzi come promotore di cultura a 100 anni dalla nascita

Sabato 19 giugno, nel Convegno "Oltre la Scienza" , organizzato da Paola Bagnoli e Brunello Ghelarducci, è stata ricordata l'opera che lo scienziato Giuseppe Moruzzi svolse come docente e innovatore didattico. Illustri personalità hanno reso omaggio a Moruzzi, scienziato tra i più noti del ‘900, più volte candidato al Nobel per le sue scoperte nel campo della neurofisiologia del ciclo sonno-veglia e delle funzioni nervose superiori.
All'evento sono stati invitati a partecipare esponenti del mondo della politica e del mondo accademico, come il Ministro della Salute, Ferruccio Fazio, Marco Menchini, della Direzione generale del Diritto alla Salute della Regione Toscana, Marco Filippeschi, Sindaco di Pisa e Andrea Pieroni, Presidente della Provincia di Pisa, Marco Pasquali, Magnifico Rettore della Università di Pisa, Michael Spyer, Presidente della Royal Physiological Society di Londra, Fabio Benfenati, Presidente della Società Italiana di Fisiologia, Luigi Donato, Direttore generale della Fondazione "Gabriele Monasterio", Riccardo Varaldo, Presidente della Scuola Superiore Sant'Anna, Salvatore Settis, Direttore della Scuola Normale Superiore e Luigi Murri, Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia di Pisa, Luigi Cosmacini dell'Università Vita-Salute San Raffaele, storico della medicina e biografo di Moruzzi.
Di seguito un estratto del convegno.
Ricordo di Giuseppe Moruzzi (1910-1986)
di Luigi Donato
Non sono stato allievo di Giuseppe Moruzzi. Il suo insegnamento a Pisa iniziò nell'anno accademico 1948-49. Io mi ero iscritto a Medicina nel 1946, quando sulla cattedra di Fisiologia Umana c'era ancora Igino Spadolini. Il corso di Fisiologia umana fu da me seguito nel 1947-48, quindi cadde proprio durante l'interregno tra Spadolini e Moruzzi, e fu svolto per incarico dal prof. Enrico Puccinelli, Patologo Generale nonché Preside della Facoltà. Non avendo avuto Moruzzi come professore, il mio ricordo del corso di fisiologia umana è del tutto scialbo, come del resto, francamente, quasi tutte le esperienze di quei miei primi anni di medicina, fatta salvo forse l'anatomia di Giovanni Vitali, il famigerato Baffino, che incontrai nel suo ultimo anno d'insegnamento: tra le planarie di Benazzi, la fisica, la biochimica, ecc. tutto mi pareva molto squallido e abbastanza noioso. Avevo quasi deciso di cambiare facoltà, passando a Scienze. Ma, onestamente, quei primi due-tre anni di università per me furono più di vita goliardica che studentesca. D'altra parte a 18 anni, appena usciti dalle tragedie della guerra, da cui Pisa era ancora profondamente segnata, la voglia di vivere, di capire il mondo, era molto superiore alla voglia di studiare, soprattutto se lo studio appariva poco stimolante.
Fu al 3° anno che fui stregato dall'incontro con l'insegnamento di Patologia Medica di Gabriele Monasterio. Un clinico che veniva dalla biochimica, dalla medicina scientifica: il suo insegnamento era affascinante perché problematico, tormentato dal dubbio, estremamente aggiornato, lontano sempre dalle facili certezze. Entrai così come interno nella Patologia Medica di Monasterio nel 1948, e con lui mi laureai nel 1952 con una tesi sperimentale sul diabete renale, argomento carissimo a Monasterio.
Arrivò così il mio primo incontro con Giuseppe Moruzzi: amico carissimo di Gabriele Monasterio, con cui condivideva il modo di concepire il ruolo del docente, il rigore nell'insegnamento e nello studio, la curiosità e la severità della ricerca scientifica. Fu Monasterio a chiedergli di essere controrelatore della mia tesi e Moruzzi accettò.
Ci fu però un contrattempo: il giorno della mia sessione di laurea il prof.Moruzzi era malato, e non potè partecipare di persona: mi scrisse allora, cosa molto inusuale per i tempi, una lettera in cui esprimeva il suo rammarico per non aver potuto partecipare, e il suo apprezzamento per la tesi, con una serie di commenti puntuali.
Arrivò così il mio secondo incontro con il professore. Monasterio si chiedeva in che direzione indirizzare questo ragazzo che si era appena laureato, e in merito si consultò con l'amico Moruzzi, il cui parere fu assolutamente determinante per la mia scelta d allora e per la mia vita futura.
Al parere di Moruzzi contribuì una cosa un po' buffa: nella mia tesi di laurea c'era un'equazione differenziale, per la verità molto semplice, del prim'ordine a coefficienti costanti. Penso che descrivesse il processo del riassorbimento tubulare del glucosio. Moruzzi ne trasse l'impressione che il ragazzo avesse attitudine a masticare le scienze di base, e suggerì a Monasterio che questa attitudine del ragazzo potesse giustificarne l'avvio ad un nuovo indirizzo di ricerca allora nascente, quello della fisica nucleare applicata alla medicina con l'impiego degli isotopi radioattivi.
Questo suggerimento del prof.Moruzzi, fatto suo da Monasterio, segnò effettivamente la mia vita e il mio destino. Fui spedito ad Harwell nel Berkshire, all'Atomic Energy Research Establishment, a seguire il Radioisotopes Course. Lì fui protagonista di un piccolo tradimento: Monasterio sperava che io avrei applicato i traccianti radioattivi negli studi ematologici, per continaure le sue ricerche sulle anemie sideropeniche, ma io fui invece affascinato dalla potenzialità dei traccianti radioattivi per lo studio del sistema cardiovascolare, e questa scelta doveva segnare definitivamente la mia strada per il futuro.
Nel 1955 passammo dalla patologia alla clinica medica, dove Monasterio mi affidò il centro di medicina nucleare, e nel 1956 nasceva a Pisa la Società Italiana di Biologia e Medicina Nucleare, ed anche lì troviamo Monasterio e Moruzzi affiancati come soci fondatori.
La successiva occasione di incontro con il prof.Moruzzi conseguì alla riforma del CNR del 1963, ed alla iniziativa di costituzione dei Gruppi Nazionali di Ricerca. Monasterio e Moruzzi furono ancora insieme nel Gruppo Nazionale di Medicina Sperimentale del CNR, guidato la Luigi Califano, e poi, con il supporto di quella macchina da guerra rappresentata da un rettore come Sandro Faedo, e da un direttore amministrativo come Carlo Alberto Petraglia, furono di nuovo insieme nel cogliere l'opportunità rappresentata dalla istituzione dei Laboratori, divenuti poi istituti del CNR. Nacquero così, insieme, nella seconda metà degli anni 60, il laboratorio di neurofisiologia di Via S.Zeno e la fisiologia clinica in Santa Chiara.
Fu allora, devo confessare, che diedi un dispiacere a Giuseppe Moruzzi: e fu proprio quello della denominazione "fisiologia clinica".
Non gli piaceva affatto.
Fisiologia è fisiologia e clinica è clinica, diceva: chiamatelo Ricerca Clinica, se volete, propose a Monasterio.
Ma a me non andava. Mi pareva che ricerca clinica fosse troppo ambiguo, e si prestasse a fornire una coperta nominale ad attività che ben poco avevano di ‘ricerca'. Per me Fisiologia Clinica voleva dire usare i metodi e le concezioni della fisiologia nello studio delle malattie, per la comprensione delle modifiche dei meccanismi funzionali nello sviluppo e nell'evolvere della malattia: mi aveva attratto l'impostazione svedese, la visione e l'attività di Torgny Sjöstrand che avevo visto in atto al Karolinska, con i dipartimenti di Clinical Phsyiology dedicati alla studio delle alterazioni funzionali nelle malattie: ne parlai con il professor Moruzzi, per difendere questa scelta, e in qualche modo si arrese alla mia ostinazione, ma certo non ne fu mai del tutto convinto.
Gli ultimi ricordi di incontri con Giuseppe Moruzzi sono quelli dopo la tragica improvvisa morte di Gabriele Monasterio nel 1972: si determinò allora una situazione molto pesante per tutta la scuola di Monasterio, in Clinica Medica, in Patologia medica e in Fisiologia clinica. Toccava a me, in qualche modo, occuparmene, nella mia profonda assoluta inesperienza di gestione accademica: allora una delle pochissime persone cui sapevo di potermi rivolgere per consiglio ed aiuto fu naturalmente Giuseppe Moruzzi. E mi fu consigliere prezioso sempre, per equilibrio e lucidità, e mi fece davvero sentire meno solo.
Di lui ricordo soprattutto quel suo modo di guardare, con i suoi grandi occhi, al tempo stesso miti ed intensi, quel suo parlare misurato, e quella capacità di ascoltare, assolutamente affascinanti. Ma soprattutto, mi piace ricordare quella sua grande amicizia con Monasterio, così diversi, l'uno calabro-pugliese, l'altro emiliano, ma così uguali nella concezione della loro missione.
Per finire, mi è caro vedere ancora oggi le loro memorie contigue, dal largo Monasterio al viale Moruzzi, intorno a quell'area di ricerca del CNR di San Cataldo, che in fondo trova le sue origini nelle loro intuizioni e nei loro sogni di 40 anni or sono.




